Donato Marchese

Donato Marchese

Magnifico Rettore, Comunità Accademica, Docenti e Ricercatori, Personale tecnico-amministrativo, Colleghi studenti.

È un grande onore per me rappresentare i circa 29.000 studenti iscritti nella nostra università per  questo augurio di buon anno, ma allo stesso tempo non riesco a nascondere una lieve preoccupazione. Questo per due motivi. In primo luogo perché ritengo che “rappresentare” un gruppo così numeroso di studenti, con le loro rispettive idee, preoccupazioni e ambizioni sia un compito tanto complicato quanto rischioso. Si è sempre insidiati dalla possibilità di dire qualcosa in più rispetto a quanto realmente condiviso dai rappresentati e, in questo modo, di esprimere semplicemente le proprie, e spesso banali, considerazioni; oppure, nel peggiore dei casi, di dire qualcosa in meno, e quindi di non dare il giusto spazio alle questioni che davvero interessano, preoccupano e agitano le esistenze dei miei colleghi. In secondo luogo, il saluto che oggi porgo a tutti voi, così come accaduto negli anni precedenti, risente delle preoccupazioni ormai sedimentate nelle coscienze di gran parte degli studenti italiani e quindi si evidenzia il pericolo di ripetere, magari con minore chiarezza, quanto altri colleghi hanno già detto negli anni precedenti.

Ma, ahimè, il mondo non cambia così velocemente e mi sembra, quindi, doveroso inaugurare questo anno accademico sottolineando quanto le discutibili scelte politiche, prese negli ultimi anni, abbiano destabilizzato le università italiane e si ripercuotano sulle vite di tutti gli studenti. Anche quest’anno, secondo la relazione dell’OCSE, l’Italia si aggiudica il poco invidiabile primato di paese europeo che spende meno per l’istruzione e per la ricerca. I dati parlano del 4,6% del P.I.L. e ribadiscono, se ve ne fosse ancora bisogno, il pesantissimo gap nei confronti degli altri paesi europei. Comprendo le difficoltà economiche in cui riversa il nostro paese e, quindi, non proporrò il classico e infruttuoso paragone con i paesi scandinavi, o comunque, con i paesi che dispongono di una economia più stabile della nostra. Ma se analizziamo il 5,5% della Spagna e del Portogallo, stati che hanno subito e continuano a subire ripercussioni forse maggiori del nostro a causa del naufragio economico degli ultimi anni, comprendiamo che il misero 4.6% non esprime soltanto una contromisura rispetto ad una condizione economica difficile, ma una scelta chiara: l’Italia ha rinunciato alla propria cultura. Un processo di trasformazione più significativo e più ampio si è attuato e si perpetua: l’estromissione dell’istruzione e della ricerca dalle priorità dello stato. Con un gesto deciso si è tratteggiato il confine tra l’utile e l’inutile, destinando la ricerca nell’insieme meno ambito e dimenticando che il progresso e la salute di una nazione dipendono, in gran parte,  dalla capacità di custodire e riaffermare la propria impagabile cultura. Dando ancora uno sguardo alle statistiche non possiamo far altro che rabbrividire di fronte al crollo delle immatricolazioni nelle università italiane verificatosi negli ultimi dieci anni. Si è passati dai circa 340.000 immatricolati dell’a.a. 2003/2004 ai 270.000 dell’a.a. 2013/2014, con le maggiori emorragie in quelle che barbaramente vengono definite “materie umanistiche”. Probabilmente, per qualche strano meccanismo si è pensato che non fosse così carino per il paese che possiede il più grande patrimonio artistico al mondo, una storia che ha ospitato alcune tra le più grandi e incisive  trasformazioni e un pensiero che si è espresso nelle menti di grandi teoreti, poeti, letterati e filosofi, continuare a sbandierare le proprie grandezze. Uno strano caso di eccessiva modestia.

Ma ritengo non sia giusto addossare tutte le colpe della crisi culturale italiana alle sole scelte politiche nazionali. A ben vedere, parte delle responsabilità sono imputabili alle stesse università. Da tempo ormai l’università ha rinunciato al ruolo di motore e di focolare del pensiero della nostra nazione, riducendosi spesso a svolgere il discutibile compito di erogatore di crediti, di dispensatore di semplici nozioni tecniche e di (termine che credo non vi giunga nuovo) “esamificio”. Non c’è da meravigliarsi se ci troviamo agli ultimi posti in tutte le classifiche riguardanti la partecipazione politica, la comprensione dei grandi cambiamenti mondiali, la rivendicazione dei nostri diritti.  I concetti stessi di studio, pensiero e ricerca sembrano stati estromessi della dignità che attiene loro. La stessa dignità che rivendica con forza lo studente. Perché lo studente non reclama una posizione privilegiata nel complesso panorama sociale, ma il rispetto dei diritti che attengono al proprio status. Il diritto di poter svolgere serenamente i propri studi nonostante le differenze patrimoniali, nonostante le differenze territoriali.

Chiaramente le parole che dico incarnano la mia esperienza di studente della d’Annunzio. Non posso che fare i miei più sentiti complimenti all’amministrazione per l’impegno e la volontà evidente di supportare le famiglie degli studenti meno abbienti e di risolvere alcuni dei problemi che gravano da anni sulla nostra università. Mi riferisco in particolare all’istituzione del nuovo sistema contributivo, che sebbene perfettibile in più punti –si esprime la necessità di un amplificazione del numero delle fasce di contribuzione al fine di rispecchiare meglio la reale situazione patrimoniale degli studenti- rappresenta un primo e significativo passo nella direzione della tutela dei più bisognosi di supporto. Ma allo stesso tempo non posso non sottolineare le mancanze che il nostro ateneo ancora evidenzia in alcuni dei diritti fondamentali degli studenti. Gli orari di apertura delle biblioteche non sono in  linea con gli altri grandi atenei italiani; i fondi stanziati per le attività di tutoraggio e per le famose “150” ore garantiscono una partecipazione esigua; il nostro ateneo manca di una “casa dello studente” capace di garantire un alloggio a prezzi equi a coloro i quali non possono permettersi di pagare il canone d’affitto agli attuali standard di mercato; le borse di studio sono insufficienti e permane lo status intollerabile dello studente idoneo e non beneficiario; le agevolazioni per il trasporto pubblico sono, a dir poco, limitate; siamo indietro con il processo di informatizzazione: abbiamo computer che “montano” windows 98 e la burocrazia d’ateneo causa continui disguidi.

Magnifico rettore, ho avuto la fortuna di partecipare per due anni al lavoro del nostro Senato Accademico e, per questo, conosco la sua volontà di portare un decisivo e fruttuoso cambiamento in questo ateneo e ho avuto modo di apprezzare il modo in cui, in diverse situazioni, ha richiesto la partecipazione attiva degli studenti in questi grandi processi di trasformazione. Proprio per questo mi auguro che i problemi elencati non vengano considerati semplicemente come espressione di una polemica sterile, ma come un terreno sul quale lavorare al fine di rilanciare il nome della nostra cara Università. Sono convinto che le ambizioni degli studenti, in gran parte, siano in linea con quelle dell’amministrazione. Tutti noi desideriamo che il nostro Ateneo faccia il passo decisivo che gli consenta di entrare di diritto a far parte dei grandi centri di cultura italiana. Ma per fare questo non possiamo sottovalutare i diritti di coloro i quali si iscrivono da noi. È necessario salvaguardare gli studenti attraverso l’istituzione di servizi di tutela legale, di supporto sanitario per i nostri ragazzi fuori-sede, supportare e potenziare i servizi a favore dei disabili, i servizi di counseling e di assistenza a coloro i quali soffrono di disturbi specifici dell’apprendimento, potenziare i servizi di orientamento, di tutorato e di placement. La d’Annunzio e i suoi studenti rappresentano una risorsa inestimabile per questa terra e, per questo, ritengo vada coltivato il rapporto con il territorio, con le amministrazioni, con i privati.

   Mi sento di dover concludere il mio intervento facendo un augurio ai ragazzi che da poco sono stati eletti negli organi maggiori e a tutti coloro i quali, già da qualche tempo e con fatica, svolgono il loro lavoro nei consigli di corsi di laurea, nei consigli di dipartimento e nelle scuole. Tutti gli studenti si aspettano tanto da voi e vi auguro di fare il massimo per la risoluzione dei piccoli-grandi problemi che circondano la vita universitaria. Sono certo che senza il vostro aiuto e la vostra presenza costante non sia possibile che i cambiamenti auspicati possano attuarsi.

Buon anno a tutti.

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