Intervento di Gianluca Malatesta - Studenti

Il testo dell'intervento
Gianluca Malatesta

Magnifico Rettore,
Autorità Accademiche, Civili e Militari,
Corpo Docente,
Personale Tecnico-Amministrativo,
Cari colleghi Studenti,

Introduzione

È un onore per me essere qui per portare ufficialmente il saluto degli studenti al nuovo anno accademico dell’Università “Gabriele d’Annunzio” di Chieti e Pescara.
Il benvenuto che porgeremo al nuovo anno non è, però, così caloroso quanto avremmo voluto.
Chi ha partecipato a numerose cerimonie di inaugurazione, probabilmente, ha ascoltato altrettante volte lo studente di turno denunciare l’anno che inizia come “il più difficile per l’Università italiana”. Per di più, negli ultimi tempi, la parola “crisi” ha aleggiato sugli Atenei pubblici come una spada di Damocle pronta a librare l’ultima tragica oscillazione. Mi impegnerò a non utilizzarla.
Ma poiché non intendo interrompere ogni tradizione, mi accingo ad esprimere una forte preoccupazione per gli ultimi anni appena trascorsi, le cui scelte politiche avranno modo di gravare su un prossimo futuro sempre più spinoso per l’Università.

Dati sulla disoccupazione

Gli studenti sono stati svegliati, una mattina di gennaio del 2014, dalla notizia secondo la quale l’Istat quantificava al 41,6% il tasso di disoccupazione giovanile. Mai così alto dal 1977. Senza contare il dato dei cosiddetti giovani inattivi, in altre parole coloro che non cercano più lavoro: sono 4 milioni 424 mila e in continuo aumento.
Sempre l’Istat, qualche tempo prima, ricordava che, nel 2012, il tasso di disoccupazione tra i 25-29enni era superiore per i laureati piuttosto che per i diplomati, con la differenza di ben 4 punti percentuali tra le due popolazioni.
Siamo probabilmente dinanzi ad uno scenario sociale che non si presentava da decenni, forse secoli: un mondo in cui i genitori hanno goduto di un benessere superiore a quello dei propri figli.

Calo delle immatricolazioni

Non basta, però, elencare i dati drammatici sulla disoccupazione a spiegare il calo delle iscrizioni negli Atenei italiani. Eurostat ci pone dinanzi il dato sconfortante di un’Italia fanalino di coda in Europa circa il tasso di laureati: appena superiore al 20%; contro Francia e Germania, il cui numero supera di gran lunga il 30%.

All’inizio del 2013, il CUN ha fotografato il drastico calo delle immatricolazioni negli ultimi due quadrienni (58mila in meno dal 2004 al 2012, un 17% netto) sottolineando che quei 58mila non sono altro che gli studenti più poveri, le cui famiglie non hanno la possibilità di mantenere i propri figli all’Università, in particolare al centro-sud.

Se i Paesi europei si sono posti l’obiettivo di raggiungere il 40% di laureati entro il 2020, non è certo per opera della lobby dei fabbricatori di pergamene! Sembrerebbe invece opinione diffusa, nel mondo, che una catastrofe economica, devastante come quella che stiamo vivendo, si possa superare solo grazie a politiche finalizzate all’innovazione, alla ricerca e allo sviluppo. Dinanzi a questa sfida, piuttosto che affrettarsi a rimboccarsi le maniche, il nostro Paese ha pensato bene di contrattare uno scarno 27%, risultato che, sebbene di gran lunga inferiore, appare oggi tutt’altro che raggiungibile.

È incredibile costatare quanto l’Italia, con le eccezionali risorse a sua disposizione, fatichi nel pensarsi una superpotenza culturale, quale è. Da studente di psicologia, le consiglierei un approfondito percorso psicoterapeutico che possa aiutarla a rafforzare l’autostima e ristabilire la propria identità.

Il contesto socio-culturale

Perché al suono di frasi come “con la cultura non si mangia”, negli ultimi decenni i governi si sono sfidati a chi riuscisse a penalizzare di più l’Università pubblica. I ministri che si sono succeduti, osservando i rendiconti e non riuscendo a trovare, nel capitolo Università, una consistente voce “profitti”, in barba alle sfide europee e mondiali sull’innovazione e lo sviluppo, hanno sforbiciato l’FFO come fosse una spesa superflua. Tristemente indicativo, se mi permettete l’amenità, è notare che, nel vocabolario della lingua italiana, uno dei sinonimi più usati dell’aggettivo “inutile” è proprio “accademico”.

Il blocco parziale del turnover, che dal 2008 ha messo in ginocchio i corsi di laurea cui sono iscritti migliaia di studenti e infranto i sogni di centinaia di ricercatori, nonostante i proclami dell’ultimo governo, si protrarrà almeno fino al 2018 (due anni in più rispetto a quello previsto dal decreto Gelmini), in attesa di un nuovo ministro o di un’ennesima legge di stabilità che lo procrastini ulteriormente, lasciando senza ossigeno molti Atenei italiani.
Tutto questo nel nome di un grande risparmio nel lungo termine necessario per dimostrare al mondo che siamo in grado di tagliare la spesa pubblica.
L’ultimo Ministro, Maria Chiara Carrozza, il 20 dicembre scorso, ha decretato che, nella distribuzione della quota premiale dell’FFO per il 2013, a ciascun Ateneo non potrà comunque essere disposta una assegnazione superiore a quella dell’anno 2012. Per la “d’Annunzio” ciò ha significato un -2,98%, corrispondente a circa 2,5 milioni in meno rispetto all’anno scorso. I migliori Atenei, cosiddetti virtuosi, ricevono, come premio, il regalo di essere puniti meno degli altri.
In pratica, tutte le Università perdono, e i danni sono enormi.

Il panorama si è ulteriormente ingrigito in seguito alla pubblicazione del cosiddetto decreto AVA, attraverso il quale i requisiti per l’attivazione dei corsi di studio si sono complicati e inaspriti in un’equazione dal semplice risultato:
“meno personale; maggiori limitazioni per la sopravvivenza dei corsi = disattivazione dei corsi di laurea e, di conseguenza, chiusura degli Atenei”.

Diritti degli studenti a rischio

Continuando a ritroso, non ritengo che, a 3 anni dalla sua approvazione, la riforma Gelmini, ultimo rantolo di un governo agonizzante che cadde di lì a poche settimane, abbia portato alcun beneficio al sistema universitario né risolto alcuno dei suoi nodi cruciali, se non quello di seguire confusamente un percorso iniziato anni prima finalizzato a spianare la strada al disfacimento dell’Università pubblica in nome di principi, come il merito e la qualità, sbandierati e gettati in pasto ai media, ma mai perseguiti con una chiara metodologia e con indicatori adeguati.

A pagarne il dazio sono gli studenti e tutti quelli che, ogni giorno, nelle nostre Università, lottano per offrire loro didattica e servizi di qualità e, nel contempo, fare ricerca.
Sintomatica dimostrazione è il decreto Spending Review, poi convertito in legge alla fine del 2012, con il quale viene data agli Atenei la possibilità di utilizzare, per le spese del personale, anche le entrate derivanti dalla contribuzione studentesca. Il totale di quest’ultima, inoltre, non è più limitato al 20% dell’FFO, come disciplinava il d.p.r. 306/97, ma può superare tale tetto anche in modo piuttosto consistente eliminando dal computo gli studenti fuoricorso.

Vengono intaccati, così, due dei principali diritti degli studenti:

  • che i propri contributi vengano stanziati esclusivamente per i servizi loro destinati;
  • che l’importo massimo delle tasse da pagare non superi una certa soglia.

In concomitanza al massiccio taglio dei fondi statali trasferiti alle Università, il messaggio implicito di queste manovre credo sia, invece, piuttosto evidente: incoraggiare gli Atenei a sopperire alle crescenti mancanze dello Stato prelevando somme sempre più ingenti direttamente dagli studenti.

Come può l’Università rispondere ai continui affondi?

Date queste premesse, come può l’Università rispondere ai continui affondi che ne minacciano ogni giorno la dignità? Come potranno gli studenti tornare a ritenerla l’unico grande spazio pubblico ed accessibile dove sono custodite la storia passata, il presente e il futuro di un’intera Nazione? L’Università è lo scrigno del patrimonio culturale e delle coscienze di un Paese; il luogo nel quale cultura e scienza si respirano liberamente ad ogni angolo e in cui si impara ad essere parte attiva di una comunità, proprio in quel periodo della vita di un individuo che impallidisce per intensità rispetto ad ogni altra esperienza passata o futura.

Lo strumento più efficace possibile che possa garantire ai giovani di intraprendere secondo la propria propensione i livelli più alti di istruzione e di affidarsi ad una gloriosa istituzione, quale è l’Università, è investire sul diritto allo studio.

Il budget messo a disposizione dall’Italia per il DSU è pari a 407 milioni; in Germania è di 2,8 miliardi, ovvero 7 volte quello dell’Italia; in Francia è di 3,7 miliardi, più di 9 volte quello dell’Italia.

Esiste poi, qui da noi, l’infelice ed unica condizione dello studente “idoneo non beneficiario”, ossia colui che possiede sia requisiti di reddito che di merito, ma non può accedere alla borsa di studio né usufruire gratuitamente dei servizi essenziali.
Ormai da due anni, alla “d’Annunzio”, i beneficiari sono meno della metà degli idonei. La Regione Abruzzo, infatti, non spende un centesimo per integrare l’insufficiente fondo statale, e le borse sono quasi totalmente autofinanziate dagli iscritti che versano annualmente una tassa regionale di 140€ ciascuno.
Per non parlare di quanti studenti, provenienti da famiglie con basso reddito, si vedono prevaricati, nelle graduatorie, da altri appartenenti a famiglie benestanti che però hanno a disposizione dalla loro gli strumenti contabili adatti per risultare apparentemente meno abbienti, a causa della mancanza di adeguati sistemi di controllo.
O, ancora, dell’odissea delle case dello studente di Chieti e di Pescara, le cui discutibili e decennali fortune non ancora giungono ad una definitiva e concreta risoluzione.

Diritto allo studio

Eppure l’articolo 34 della costituzione garantisce a tutti i capaci e meritevoli, anche se privi di mezzi, l’accesso ai gradi più alti della formazione.
Ed è proprio sul merito che intendo soffermarmi. Sulle recenti interpretazioni di questo concetto che hanno portato, negli ultimi anni, a far sì che la partita del diritto allo studio si giocasse solo sul campo degli obiettivi formativi raggiunti, portando in secondo piano lo status socio/economico dello studente.

Lyndon Johnson, negli anni ’60, raccontò questa storia per far comprendere ai suoi concittadini la necessità di politiche pubbliche, in particolare scolastiche: “immaginiamo una gara di velocità tra due persone che partono dalla stessa linea, ma una di esse con dei lacci alle caviglie, cosicché, dopo pochi metri, si troverà in irrimediabile svantaggio nonostante si impegni con tutte le sue forze.  Si può ignorare questa differenza di capacità nel giudicare il merito del vincitore? Evidentemente no. In questo caso egli non avrebbe proprio alcun merito. Semmai potremmo dire che ha goduto di un privilegio. Perché ci sia una competizione onesta ed effettivamente gareggiata occorre anzitutto rimuovere gli ostacoli dell’altro competitore”.

Intendere la vita come una gara in cui, chi va più veloce, è legittimato a prevaricare chi è più lento, è di certo un concetto tipicamente americano, ma ciò che importa è che, già più di 50 anni fa, un Presidente degli Stati Uniti d’America, la patria del mito dell’individualismo, professava cautela sui criteri di giudizio sul merito.
È difficile capire con precisione cosa sia vero merito, perché è impossibile stabilire con certezza il dosaggio tra capacità personali e condizioni sociali presente in ogni singolo individuo; ma se i risultati rispecchiano le appartenenze non possiamo considerarlo una misura democratica.

Alle Università, oggi, non si chiede di risolvere questo complicatissimo rebus, bensì di fare quanto nelle proprie possibilità affinché i giovani che vi si iscrivono, pieni di entusiasmo e speranze, partano tutti dalla stessa linea e senza lacci alle caviglie. Solo con questi presupposti il discorso sulla meritocrazia ha un senso.
Alcuni potrebbero obiettare a queste argomentazioni affermando che chiunque, ricco o povero che sia, se con capacità e talento superiori alla media, potrà raggiungere i livelli di profitto più alti. Ed è vero. Ma il fenomeno del “genio isolato” non può giustificare politiche in favore della sola eccellenza, rendendo accessibili gli studi universitari solo a chi è benestante e lasciando indietro chi non ha i mezzi necessari e non raggiunge i più alti parametri di merito.
Molto in voga, qualche anno fa, era l’allegoria secondo cui nessuno avrebbe mai potuto godere delle straordinarie opere di Mozart se egli non avesse avuto un’intera orchestra di bravi musicisti lì ad eseguirle.

Alcuni interventi

Se da un lato le politiche nazionali tendono sempre più a ricompensare un merito la cui asticella viene ogni anno innalzata, da par loro gli Atenei dovrebbero tutelare le fasce più deboli dei propri studenti. Un sistema opportuno sarebbe quello di diversificare la contribuzione studentesca in base alla fascia di reddito della famiglia di provenienza di ogni iscritto. Così facendo, ciò che non viene versato dagli studenti meno abbienti sarebbe colmato da chi proviene da famiglie più facoltose, probabilmente senza intaccare il gettito totale delle entrate e quindi senza arrecare all’Ateneo più disagi di quanti già ne abbia. L’Amministrazione si sta impegnando in questa direzione, ma è assolutamente necessario che tale metodologia contributiva sia resa effettiva già a partire dalle iscrizioni al prossimo Anno Accademico.

  • Il ritorno agli sgravi per gli studenti lavoratori (che l’Ateneo ha abolito nel 2010);
  • l’eliminazione del contributo di laboratorio che, così come introdotto sempre nel 2010, per gli studenti non corrisponde ad altro che un’ulteriore tassazione spogliata di ogni significato;
  • l’adesione a programmi che incentivino l’internazionalizzazione e la mobilità studentesca;
  • la realizzazione del progetto in cantiere che amplierà i servizi di contesto e di supporto che abbiano lo studente come protagonista (alcuni dei quali inaugurati già quest’anno in concerto con gli studenti grazie al lavoro dei delegati e degli uffici, utile a dimostrare che la collaborazione studenti/amministrazione è una prassi che non può portare altro che benefici all’intero sistema).

Questi sono alcuni dei provvedimenti sui quali invito la nostra comunità a riflettere approfonditamente, ferma restando la gratitudine di tutti gli studenti rispetto alla rinnovata scelta della “d’Annunzio” di non aumentare le tasse a carico degli iscritti, malgrado le difficoltà economiche e gli indiretti incoraggiamenti provenienti dalle politiche degli ultimi governi.

Tra i numerosi temi su cui vorrei ci soffermassimo, uno è il rapporto con il territorio che ospita la nostra Università. Quello in cui migliaia di studenti vivono la propria vita, che non è fatta di solo studio, affezionandosi e in molti casi considerandolo la propria casa. Quello in cui alloggiano negli appartamenti dei residenti, animano le loro strade intessendo relazioni destinate a durare per sempre, fanno acquisti nei loro negozi, mangiano nei loro ristoranti, usufruiscono dei mezzi pubblici o dei servizi sanitari. Noi studenti della “d’Annunzio”, addirittura, abbiamo la possibilità di vivere nel raggio di due comuni, entrambi capoluogo di provincia e sedi dell’Ateneo. 

In conclusione

Non possiamo quindi esimerci dall’esortare le amministrazioni comunali, provinciali e regionale a investire risorse e impegno a favore della corposa comunità universitaria che domicilia nell’area metropolitana di Chieti-Pescara, anche al fine di attrarne altra ancora.

Le iniziative da proporre sarebbero innumerevoli: l’ampliamento della rete di trasporti aventi come fulcro le sedi universitarie e degli altri servizi (come ad esempio l’assistenza gratuita e sistematica per i contratti di locazione), l’offerta di sconti e benefici per gli studenti in strutture pubbliche e private, la stretta collaborazione con l’Università ed altri enti così da produrre opportunità lavorative, la promozione di attività culturali e sociali che possano integrare sempre più gli studenti in un tessuto cittadino che, troppo spesso, li scruta con diffidenza.
Eppure la comunità studentesca, in particolare a Chieti, rappresenta una grossa fetta dell’economia cittadina. Il territorio dovrebbe smettere di considerare lo studente fuori sede come un intruso, un soggetto passivo cui affittare il proprio secondo appartamento, a prezzi anche piuttosto elevati, senza prenderlo per ciò che è: un giovane che (nella maggior parte dei casi per la prima volta lontano dalla propria casa natale) necessita di cure, aiuto, opportunità.
C’è ancora parecchia strada da fare.

Nel celebrare il nuovo Anno Accademico e nel congedarmi, avrei voluto trovare delle parole che riuscissero a rimanere impresse nella memoria di ognuno di voi così da creare una breccia abbastanza durevole da assicurare ulteriori approfondimenti nel prossimo futuro per qualcuno dei temi trattati.
Così, cercando nel web, mi sono imbattuto in Nicholas Shelby, studente senior del Georgia Institute of Technology di Atlanta, divenuto improvvisamente celebre in seguito al suo discorso tenuto durante la cerimonia di inaugurazione dell’Anno Accademico della propria Università e indicato da molti come il più epico mai rilasciato da uno studente. Sulle note del Così parlò Zarathustra – op. 30 - di Strauss, ha intonato, a ritmo di musica, un’ode alle tradizioni della propria Università, ed in particolare a quella dell’eccellenza. Gli studenti iscritti al Georgia Tech, infatti, non dovrebbero avere solo l’ambizione di raggiungere i premi Nobel, gli astronauti o i Presidenti laureati prima di loro, bensì di superarli. A detta di Nick Shelby, il suo Ateneo è il posto giusto per chi voglia raggiungere i massimi livelli del successo, chiamando a esempio l’opportunità, per chi ne avesse davvero l’ambizione, di riuscire a costruire persino la corazza di Iron Man.

Con un realismo, spero, più incline all’umiltà e alla dignità nostrane che al mito del successo, io invece auguro al mio Ateneo un roseo Anno Accademico affinché riesca a venir fuori dalle tempestose acque che agitano questo periodo storico.
Ai docenti il mio invito a continuare a formare tutti noi con saggezza e coraggio.
A tutto il personale, un quanto mai augurante buon lavoro.
Ai miei colleghi studenti auguro non solo di arricchire il proprio bagaglio culturale con impegno, ma anche di vivere gli anni universitari assaporandone appieno ogni singolo giorno, approfondendone ogni aspetto delle sue grandiose esperienze, così che possano divenire degli ottimi “musicisti” e un giorno, perché no, dei “Mozart”.

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